DDL CONCORRENZA: LA FARMACIA AD UN BIVIO

Lo scorso 27 settembre a Torino si è svolto in seno al Master in Farmacia Territoriale “Chiara Colombo” il seminario “DDL Concorrenza: un nuovo scenario per la farmacia”.

Il Master si propone di fornire una formazione più specifica, rispetto a quella universitaria, per quei professionisti che intendono lavorare sul territorio con i corretti requisiti per promuovere un nuovo concetto di Farmacia basata sul Pharmaceutical care. Quest’anno il seminario finale del Master è stato dedicato ad un argomento particolarmente complesso come quello del “discusso” DDL Concorrenza.

Per rompere il ghiaccio riporto una frase detta dal dott. Giaccone (Presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Torino) in apertura del convegno ovvero: “È da anni che lo diciamo ma la farmacia Italiano è giunta ad un bivio”; questo è proprio vero: siamo giunti ad un bivio tra passata e futura concezione del “farmacista”. Il dott. Giaccone ha proseguito sottolineando che: “solo diffondendo il più possibile la conoscenza della realtà si può portare consapevolezza nei colleghi sulla situazione e quindi a fare scelte condivise consapevolmente”. Mi soffermerei brevemente sulla parte “scelte condivise” poiché tutti sappiamo che la nostra categoria sia sempre stata caratterizzata da un forte campanilismo e concorrenza tra una sede ed un’altra. Scardinare circa 30 anni di preconcetti con un colpo di spugna non sarà certamente semplice.

In linea con quanto detto sopra, da uno studio condotto sul territorio Piemontese dalla Prof.ssa Brusa (circa 140 farmacisti intervistati) è possibile capire quanto poco i nostri colleghi che operano sul territorio siano concordi nel parere sui possibili scenari futuri. Infatti da alcuni risultati dello studio si può notare come la riposta data dagli intervistati ad una delle domande incentrata su quali potrebbero essere le società e i possessori di capitali, si può notare come molti hanno dato più di una risposta ciò è dimostrazione del fatto che tale liberalizzazione può evolvere in numerosi e diversi scenari; tra tutti spiccano gli investitori privati, con il 38% delle risposte, le banche e i fondi di investimento (rispettivamente 16% e 21%); segue la grande distribuzione (6%), le multinazionali (6%), i grossisti (5%), le cooperative (4%) e le industrie farmaceutiche (3%).

In seguito il questionario domandava agli intervistati se la figura professionale del farmacista trarrà un vantaggio o uno svantaggio dalle modifiche apportate dal provvedimento in questione; la maggior parte (69%) ritiene che potrebbe risultare svantaggiato nella propria posizione, poiché il farmacista verrebbe, a loro avviso, considerato dal pubblico come un semplice commerciante. Il 24%, al contrario, vi riconosce un’occasione per migliorare la propria figura professionale grazie alla possibilità di specializzarsi o di aumentare la qualità dei servizi offerti alla comunità; alcuni intervistati (7%) hanno mostrato di non avere un parere certo su questo punto.

Il filo conduttore quindi sembra essere, per i farmacisti, una possibilità di cambiamento in peggio. L’intervento successivo della prof.ssa Mallarini permetterebbe di comprendere quale, invece, possa essere l’evoluzione della farmacia, guardando agli esempi degli altri Paesi, sottolineando il fatto che della Legge di Stabilità (art. 47, legge 23 luglio 2009, n. 99) prevede l’approvazione di un provvedimento per la concorrenza all’anno l’ingresso dei capitali (e l’uscita della fascia C dalla farmacia) siano da qui ai prossimi anni inevitabili.

Dall’intervento emerge come non ci sia un’effettiva correlazione tra la presenza di catene e il liberismo della legislazione dei paesi considerati. Il panorama Europeo rimane un miscellaneo legislativo nonché organizzativo. Ad esempio in Germania, nonostante una legislazione che impedisce l’ingresso di capitali le reti (virtuali) si sono costituite comunque, mentre in altri paesi come la Spagna in cui la liberalizzazione all’ingresso dei capitali è forte non si è assistito alla formazione di catene.

In Italia esistono un numero importante di farmacie in difficoltà economica con crediti inesigibili nei confronti di fornitori o banche; in tale panorama questi creditori potrebbero decidere di trasformare l debito in bene dando poi in gestione le farmacie ad enti in grado di rendere un “utile”. Anche altri attori oltre alle banche potrebbero essere interessate alla farmacia Italiana.

La forza che potrebbe portare le catene come McAsson, che è la più grande compagnia al mondo (130 miliardi di fatturato), a dominare il mercato non sarà tanto una riduzione dei prezzi dei medicinali rispetto agli attuali attori ma la capacità di questi grossi gruppi di fornire servizi; non solo ad elevata competenza ma standardizzati su tutti i punti vendita (nel nostro caso farmacie) legati anche all’evoluzione dei fabbisogni della popolazione.

Le realtà che interverranno a breve-lungo termine saranno molte e alcune più forti di altre come i network di distribuzione intermedia o le retail clinic che presumibilmente interverranno a medio termine.

Con queste premesse in futuro potranno crearsi oligopoli che, in molti casi, potranno portare, se governati correttamente, ad un‘assistenza migliore per il paziente, a nuove prospettive occupazionali per il farmacista ed ad un’evoluzione del ruolo stesso della farmacia che, attraverso la standardizzazione, potrà portare a nuove esperienze professionali, rendendosi attore principale dell’evoluzione del servizio sanitario nazionale Italiano il quale, unico esempio in Europa, non annovera il farmacista tra gli attori responsabili della primary care.

Per poter meglio comprendere come si possa innescare questo cambiamento del sistema farmacia all’interno del servizio sanitario nazionale (SSN) il prof. Del Vecchio ha presentato uno spaccato sulla situazione del SSN.

Attraverso il suo intervento è stato possibile notare come PIL e spesa sanitaria siano strettamente legati; in un contesto di crisi come quello in cui stiamo vivendo ovviamente la contrazione del PIL ha portato ai tagli alla sanità a cui siamo stati abituati negli ultimi anni. Il SSN in questo contesto è sempre stato visto un po’ come il “bancomat” della spesa pubblica in quanto una delle voci più grosse insieme alle pensioni e agli stipendi, ma mentre andare ad incidere su una di queste ultime due voci è politicamente molto complesso (significa o diminuire le pensioni, già di per se basse, oppure licenziare dipendenti pubblici) è più semplice diminuire i servizi della sanità delegando alcuni compiti di una sanità troppo ospedaliera al territorio. La mutazione dei bisogni sanitari con popolazione sempre più anziana e malata in maniera cronica ha reso necessaria una spinta da parte delle istituzione a spostare il paziente cronico sul territorio, tale mutazione però dovrà essere governata da standard condivisi da tutti gli attori territoriali. In tale prospettiva gli attori che sino ai ieri si occupavano del paziente, sia pubblici che privati, potranno trovare un nuovo partner sul territorio nella farmacia con la possibilità in futuro di vedere anche farmacie convenzionate e non convenzionate con il SSN. Tali farmacie magari potranno avere convenzioni con gruppi privati assicurativi (ovviamente ricordiamo che le assicurazione tendono ad assicurare grossi gruppi per “proteggersi” dall’adverse selection). La costante diminuzione dei posti letto negli ospedali, le risorse che diminuiscono anche per la gestione delle comorbilità o delle patologie da iatrosi cronica (come per il paziente oncologico) spingono verso una territorializzazione della sanità, processo che può essere portato avanti solo con un intervento di standardizzazione dei servizi territoriali con maggiore appropriatezza dei trattamenti, ampliamento dei servizi e capillarizzazione degli stessi. In una sanità che comunque con trenta miliardi di spesa sanitaria privata e che quindi non ha il SSN come unico garante della gestione delle risorse, la farmacia potrebbe approfittare dell’ingresso dei capitali per espandere le proprie prospettive e incamerare contratti con altri attori delle scenario sanitario privato con un focus in particolare sulle regioni in cui il SSN è efficiente; per esempio la Lombardia che da sempre presenta un buon servizio sanitario regionale (SSR) ha una spesa out-of-poket privata molto elevata (questo probabilmente è anche legato all’elevata differenza di bisogni di salute percepiti tra le differenti regioni); quindi la richiesta di sanità privata non va laddove c’è una sanità pubblica debole ma laddove il paziente percepisce bisogno di salute (e possiede le risorse per attendere a tale bisogno). Soprattutto va notato che la maggior parte delle persone viene a contatto in prima battuta con il mondo del farmaco e non con quello ospedaliero.

L’ultimo intervento, quello del prof. Castaldo, ha messo in evidenza quali siano state le differenti tendenze evolutive nel commercio da piccolo centro a grandi catene di punti vendita di beni di largo consumo in Europa e nel mondo. Gli esempi che sono stati riportati sono molteplici; uno dei più significativa è stato l’esempio delle Germania nella quale nel dopoguerra si è sviluppato il concetto di discount. Inizialmente erano visti come i distributori di beni accessibili alle classi meno abbienti poiché non vi era servizio al cliente al fine di mantenere i costi più bassi possibile (nel discount tipicamente i prodotti vengono posti sugli scaffali ancora contenuti nel confezionamento secondario); ma man mano questo sistema di contenere i costi, evitando servizi al cliente, ha iniziato ad avere successo hanno incominciato a formarsi catene con standard di “costi contenuti” e “bassa assistenza al cliente” creando esperienze di  hard-discount retailer. Tali catene si sono poi spinte al di fuori della Germania arrivando in tutta Europa. Tutti gli altri esempio portano alle stesse conclusioni; non esiste una formula standard globale per l’evoluzione da piccolo distributore a catena (o network) ma ogni paese deve trovare il proprio; in Italia la forma associativa che, in questo momento storico, sembra avere maggiore successo è la cooperativa. Non sappiamo in ogni caso quale sarà la forma associativa più corretta o quella del futuro; l’unica cosa certa è che se non sapremo cogliere l’opportunità di lavorare insieme e standardizzarci come professione qualcun altro la coglierà, ma facciamo attenzione perché tale soggetto potrebbe non avere una spilla appuntata sul camice; portando quindi linee comportamentali non legate ad un etica professionale ma unicamente volti al profitto rischiando di allontanare la professione dal cittadini.

Marco Parente*

*Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco, Università di Torino.

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